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Provenendo
da Canterbury e dalla Francia, nel Medioevo i pellegrini diretti
alla Tomba di Pietro attraversavano l'Italia lungo un fascio
di cammini noto oggi come Via
Francigena, oltre 900 chilometri dalle Alpi a Roma. Reportage
(testo+foto) sul National Geographic
Italia del luglio
2009
Da mille anni è una casa
senza chiavi. «Qui una chiave non c’è mai
stata», racconta frate José, «né per
la porta esterna, né per le stanze». È primavera
avanzata, ma sul colle ci sono ancora metri di neve. Nell’aria
pungente dei 2.500 metri di altitudine, arrivano alla spicciolata
i viandanti di oggi, ai piedi sci o ciaspole, più dal
versante svizzero che da quello italiano dove il pericolo di
valanghe è maggiore. Da millenni il Gran San Bernardo
registra passaggi; dai romani, che qui eressero un tempio per
guadagnarsi il favore degli dei, a Carlo Magno e Napoleone.
Per la via che da nord portava verso Roma, chiamata Francigena
perché veniva dalla terra dei Franchi. Oggi, il Gran
San Bernardo segna l’inizio del tratto italiano di quella
via che, dopo più di 900 chilometri, porta alla Tomba
di Pietro. Nel 1050, un monaco fatto poi santo, Bernardo da
Mentone, fondò sul colle un monastero con annesso ospizio
per accogliere chi transitava. Mercanti, soldati, pellegrini,
alla mercè di tempeste e valanghe, fatica e briganti.
All’inizio sottoterra, in locali ricavati scavando la
roccia. Oggi in camere e camerate, con doppi vetri per non far
passare freddo e vento. Porte aperte, sempre. «A cristiani
o no. Per noi dell’ordine di Sant’Agostino, a cui
Bernardo affidò l’ospizio, è la vita umana
e non la fede a essere decisiva», spiega frate José.
«In passato», continua, «ogni giorno due confratelli
partivano dall’ospizio, uno verso sud, l’altro verso
nord, per soccorrere chiunque potesse essere in difficoltà.
Anche oggi la gente ha bisogno di sguardi di accoglienza, sia
chi crede sia chi ha una vita interiore diversa». Una
coppia - lei tedesca, lui americano, mezza età, istruttori
di danza - arriva ansimante, zaini in spalla, e sale ancora
più su, oltre il laghetto ghiacciato. Cercano il punto
giusto dove celebrare la piccola cerimonia per cui sono venuti
fin qui. In un’urna a forma di piramide hanno le ceneri
di Major, in una busta trasparente quelle di Jadie, i loro due
cani San Bernardo. Sono qui per «farli tornare da dove
venivano». I grandi cani che hanno preso il nome dal colle
arrivarono nel Settecento, all’inizio addestrati per battere
le tracce e ritrovare con l’olfatto il cammino sotto la
neve fresca, poi per il recupero dei dispersi. Dagli anni Sessanta,
con l’introduzione dell’elicottero per i salvataggi,
i cani San Bernardo non sono più utilizzati perché
troppo pesanti. Li hanno trasferiti a valle; d’estate,
per la gioia dei turisti, ne portano su una decina, marketing
oblige. Dal colle passava chi proveniva da nord e, specularmente,
chi risaliva per andare al di là delle Alpi. Tra questi
l’arcivescovo Sigerico, che nel 990 viaggiò da
Canterbury a Roma per ricevere da Papa Giovanni XV il pallium,
la veste di lana ornata con la croce che ne simboleggiava l’investitura,
e poi annotò nel diario i luoghi delle sue 79 tappe lungo
la via del ritorno. Quel diario, oggi alla British Library di
Londra, ha costituito la base per individuare la direttrice
geografica di comunicazione tra la penisola e l’Oltralpe,
la Francia, che nel Medioevo significava anche parte della Germania.
La Via per questo chiamata Francigena è stata riconosciuta
nel 1994 Itinerario culturale europeo dal Consiglio d’Europa:
1.600 chilometri da Canterbury a Roma, passando per Francia
e Svizzera. Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali
ha fatto realizzare la mappatura col Gps del tratto italiano
della Francigena, dal Gran San Bernardo a Roma, seguendo le
tappe di Sigerico. Un percorso a piedi, fattibile e il più
possibile in sicurezza, in un territorio di grande attrazione
naturalistica intriso di storia e arte ma fortemente antropizzato,
pieno di ostacoli, recinzioni, asfalto, traffico. Per Alberto
Conte, autore della mappatura ufficiale, «le antiche strade
non esistono più o spesso sono state rimpiazzate da quelle
moderne. Se oggi vogliamo rivivere qualcosa di simile al pellegrinaggio
di un tempo possiamo farlo ricreando le condizioni di tranquillità,
silenzio e, per quanto possibile, immersione della natura in
cui camminavano i pellegrini». L’ufficializzazione
del percorso ha creato controversie e malumori. Il cammino è
fatto da chi cammina non dai ministeri, ha rivendicato qualche
associazione; realismo, hanno risposto gli amministratori. Alla
fine un percorso ufficiale c’è e coesiste con le
sue variabili. La via stessa invita al relativismo. Era un organismo
vivo, in trasformazione continua. Dipendeva da guerre, alluvioni,
peste, clima, orografia variabile. Sottolinea lo storico medievalista
Franco Cardini che «nel Medioevo le vie non sono mai delle
vie consolari o delle autostrade, ma fasci di sentieri di ghiaia,
di terra battuta, che attraversano con molte varianti un territorio».
Intreccio e insieme di percorsi, più che linea, singolo
tracciato. «Lo spazio medievale», continua Cardini,
«è uno spazio che l’uomo medievale non vede,
come gli antichi romani o come noi, come qualcosa che si può
fendere per mezzo di una linea retta; ma lo vede come qualcosa
di fruibile per mezzo di un reticolo di vene e di arterie, che
ogni tanto ha qualche passaggio obbligato». Non una strada,
ma un sistema viario, un insieme di percorsi confluenti in alcuni
punti nodali: i porti, i guadi, gli incroci, i passi, le città
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La
storia di un uomo che ha scelto di vivere nella natura, a piedi
scalzi, e il luogo dove vive - la Val
Grande - un parco del Piemonte
considerato la più vasta area wilderness d’Italia.
Reportage (testo+foto) sul National Geographic
Italia del gennaio 2009
Usa l’acqua delle sorgenti
e la cenere dei fuochi per lavarsi e pulire. Va scalzo, sempre,
su qualunque superficie, con qualsiasi clima, per recuperare
il contatto diretto con la terra. «La montagna è
il mio guru, attraverso le prove quotidiane mi insegna l’umiltà.
Per rispetto la calpesto a piedi nudi», racconta. Con
il sole o il freddo, la pioggia o la neve, si veste con poco
o niente, «in inverno mi copro soltanto la sera».
Dorme per terra, in un bivacco. Mangia bacche, funghi, piante
o ciò che trova abbandonato, recupera «gli avanzi
degli altri», vive «di quel che la natura dà».
Alterna periodi di dialogo e apertura a periodi di digiuno e
silenzio, ormai familiare agli animali, che quasi non scappano
più davanti a lui, e altro dagli uomini che avverte arrivare
per l’odore del sapone sopra la pelle, del detersivo sugli
indumenti che il suo olfatto percepisce a distanza. Lo chiamano
il selvatico, l’eremita, l’uomo del bosco. 53 anni,
milanese, un’infanzia difficile trascorsa tra collegi
duri e nonni impietosi, ex-autista di scuolabus, Gianfry («così
mi chiamavano i ragazzi che accompagnavo») da undici anni
ha scelto di vivere in Val Grande, Piemonte settentrionale,
fra il Lago Maggiore e la Val d’Ossola. Parco nazionale
da quindici anni, la Val Grande è considerata la più
estesa area di wilderness d’Italia, oltre che dell’intero
arco alpino: la più grande porzione di territorio nazionale
senza presenza umana, strade, insediamenti permanenti. Un mondo
a parte, a 100 chilometri da Milano, dove la natura ha ripreso
lentamente il sopravvento dopo l’abbandono post-Seconda
Guerra Mondiale ...
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In
Etiopia, culla dell’umanità,
con una delle più alte percentuali di ciechi e ipovedenti
al mondo, due organizzazioni non profit
italiane costruiscono pozzi, sostengono scuole e ambulatori.
Reportage (testo+foto) sul National Geographic
Italia del novembre 2008
Abel e Semira sono seduti al loro
banco, uno accanto all’altra. Giocano, parlano fitto.
Lei ha 6 anni, lui 8. Sieropositivi dalla nascita. Affetti da
glaucoma, non vedono più. Semira è vivacissima,
sempre in movimento, con la testa che si sposta di continuo
per seguire ogni rumore che percepisce, quasi a voler catturare
tutte le informazioni che la vista non le può più
restituire. Sorride, fa smorfie, poi si placa improvvisamente,
diventando seria. I suoi occhi sono enormi e vuoti perché,
in assenza di liquido interno (l'umore acqueo) a sufficienza,
la pressione oculare aumenta, l’occhio si dilata, la cornea
si opacizza. Le mani sono il suo terminale sensitivo, giocano
con mattoncini di plastica, imparano a leggere in braille: l’indice
della mano sinistra sposta quello della mano destra che legge.
«Il sinistro funziona come un cursore, il destro come
uno scanner», sintetizza un maestro che segue un paio
di allieve più grandi in grembiule blu. Nata venti anni
fa, tra baracche e palazzi del cuore di Addis Abeba, la scuola
integrata primaria della German Evangelical Church ospita bambini
non vedenti e ipovedenti tra bambini normodotati, che imparano
il braille, si affacciano all’uso del computer con programmi
ad hoc, giocano con gli altri nel cortile della scuola, provano
a non essere troppo diversi. Una cinquantina di bambini dai
5 ai 12 anni, provenienti da famiglie molto povere, affetti
soprattutto da glaucoma congenito e opacità corneali
da avitaminosi A. Per chi riesce a scorgere qualcosa, magari
solo ombre, forme, chiarori, ma anche per i ciechi assoluti,
meglio mischiarsi con chi vede che il ghetto isolato delle scuole
speciali. Ad Addis Abeba sono giorni di orgoglio. Le celebrazioni
del millennio - in Etiopia, che continua a seguire il calendario
giuliano, il secondo millennio si è chiuso solo l’11
settembre - sono finite. Una settimana prima del passaggio al
proprio 2001, il paese ha festeggiato solennemente il ricollocamento
dell’obelisco di Axum, la stele antica 1700 anni restituita
dall’Italia. Ma l’onda lunga delle vittorie in serie
alle Olimpiadi di Pechino continua. Nella capitale un ospedale
in costruzione è stato battezzato con il nome di Tirunesh
Dibaba, la mezzofondista che ha realizzato la doppietta su 5
e 10 mila metri; mentre una strada è stata intitolata
a Kenenisa Bekele, anch’egli capace di vincere a Pechino
5 e 10 mila metri, non lontana da quella che porta il nome del
mostro sacro dell’atletica Haile Gebresilassie, che il
28 settembre ha stabilito a Berlino il suo ennesimo record del
mondo (il 26° della sua carriera), questa volta della maratona.
Orgoglio e sofferenza. I luccichii dello sport e della gloria
passata (Etiopia culla dell’umanità, unico paese
africano mai del tutto colonizzato, dal cristianesimo fiorente
prima ancora del suo arrivo in Europa) e i punti di crisi del
presente ...
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Nella
capitale culturale degli arbëreshë,
gli italiani di lingua albanese, si celebra ogni anno un festival
musicale, "piccola Sanremo d'Arberìa", occasione
di identità. Reportage (testo+foto) sul National
Geographic Italia dell'ottobre 2007
I fiori sul palco sono di plastica,
tutto il resto è vero. Le vallette, strette nei loro
tubini, che consegnano targhe ricordo; i bravi presentatori
che annunciano canzoni e ringraziano sponsor; le nuvole di fumo
che fanno atmosfera. È passata mezzanotte nell’anfiteatro
comunale di San Demetrio Corone, di una notte d’agosto
chiara e con un bel vento che rinfresca l’aria e fischia
nei microfoni (San Demetrio è al terzo posto tra i paesi
più ventosi d’Italia). Gennaro De Cicco, professore
di francese, allenatore della squadra di calcio locale, corrispondente
di La Provincia, conduttore da sempre del Festival della canzone
arbëreshe, proclama il vincitore. Applausi, grida, un gruppo
di fan invade la scena, poi riparte la base musicale e Claudio
La Regina riprende il suo canto contro ogni violenza sui bambini.
Quest’anno, ventiseiesima edizione del festival, i chiaroscuri
della realtà sono più presenti nelle canzoni in
gara, tutte rigorosamente in arbëresh, la lingua della
diaspora albanese, o shqip, la lingua dell’Albania. Emigrazione
clandestina e guerre, venti di pace e profumi d’oriente,
la tristezza delle partenze e il desiderio del ritorno, a casa,
alla propria terra, quella d’origine o la nuova. Filone
prevalente il melodico sentimentale (sole-cuore-amore), ma c’è
spazio anche per le nuove tendenze: cori polifonici, orchestre
samba-jazz, monologhi rap ...
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La
civilità delle Ville Venete,
da Petrarca ai proprietari di oggi, ultimi castellani d'Italia.
Reportage (testo+foto con Alessandro Barteletti) sul National
Geographic Italia del giugno 2007
Per alcuni che la abitano è
un mostro, una bestia; per altri una nave, una baracca, la “cosa”.
Dotata di anima e forza propria, presenza onerosa che può
stritolare, indifferente alle vicende umane che la attraversano,
che si continua eppure ad amare, carica com’è di
storie, vissuti, bellezza. La villa veneta è forma mirabile
e presidio sul territorio, funzione (all’origine agricola)
e ricerca (estetica), fulcro di un sistema così strutturato,
e qualificante una società, da costituire nel tempo una
civiltà. Per accostarsi a questo universo, bisogna tornare
indietro. Riandare al cambiamento di orizzonte culturale che
si produce nella seconda metà del Trecento, quando Petrarca
abbandona Padova per andare a vivere tra i Colli Euganei. Fino
ad allora, per gli uomini del Medioevo - che vivevano in città
- la campagna era qualcosa di ostile da evitare, la “selva
oscura” dove Dante si perde. Petrarca, con l’occhio
lungo del poeta, rompe questo schema, si ritira in campagna,
vive nella natura e la modifica pure perché si ingegna
a fare il contadino. Con lui ha inizio il ritorno agli ideali
classici della vita agreste, prende forma l’ideologia
che serve al movimento ampio che si prepara. Con l’avanzata
ottomana e la scoperta dell’America, Venezia perde centralità:
smarrito il suo mare si volge verso terra. Si espande, espropria
e acquista terreni, li trasforma anche grazie a un intelligente
governo delle acque, impone la pax veneziana rendendo sicuri
i luoghi conquistati. Costruisce presidi, aziende, abitazioni.
Le ville sono l’emblema della riorganizzazione della potenza
della Serenissima, l’avamposto della trasformazione del
territorio. L’elogio petrarchesco legittima la campagna
come luogo di armonia con la natura, spazio di produzione e
di rappresentanza, più tardi anche di meditazione e di
villeggiatura nella bella stagione. A metà del Cinquecento
Andrea Palladio, scalpellino e poi architetto, diventa l’interprete
massimo di questi bisogni, dando vita con il suo genio a ville
concepite per aristocratici che devono stare in campagna per
produrre. «Come tutti i grandi architetti, Palladio è
colui che realizza i sogni dei suoi committenti», spiega
Guido Beltramini, storico dell’architettura, direttore
del Centro internazionale di studi di architettura (Cisa) Andrea
Palladio di Vicenza. «La rivoluzione palladiana è
aver saputo tradurre in forma architettonica queste esigenze,
trasformando elementi funzionali già esistenti: la casa
e le adiacenze, i giardini». Grazie a Palladio che crea
un sistema di regole, basate su numeri e proporzioni, aperto,
riproducibile, la villa veneta assume la sua forma matura, poi
molto imitata. Gli epigoni saranno molti, anche all’estero
dove la fortuna del Palladio è immensa. Gli esempi nel
mondo di edifici di ispirazione palladiana sono infiniti: dall’Inghilterra
del Seicento e Settecento alla Russia di Caterina II, dalle
plantation houses americane del genere Via col Vento alla stessa
Casa Bianca di Washington, fino ai parlamenti irlandese e indiano
e a palazzi sparsi in Brasile o a Shanghai. Insieme a Howard
Burns (palladianista, presidente del comitato scientifico del
Cisa) Beltramini ha curato due anni fa una splendida mostra
dal titolo: “Andrea Palladio e la villa veneta, da Petrarca
a Carlo Scarpa” e cioè dal Trecento alle opere
dell’architetto veneziano scomparso nel 1978. Se il fenomeno
propriamente detto delle ville venete è collocabile tra
il Cinquecento e il Settecento, l’orizzonte temporale
della civiltà delle ville venete è più
vasto e arriva ai nostri giorni. L’Istituto regionale
delle ville venete ha censito oltre quattromila ville tra Veneto
e Friuli (per il 90% di proprietà privata, per il 50%
immobili monumentali vincolati), un sistema di beni culturali
straordinario ma problematico. Andando in giro per le trafficatissime
arterie che intersecano la pianura e si inerpicano su colli
e pendici prealpine, si realizza come la bellezza sia ancora
diffusa (dal 1996 le ville venete sono entrate a far parte della
lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco), pur incalzata
dalla modernità. «La battuta facile», per
il direttore del Cisa, «sarebbe dire che il Veneto è
passato dalla civiltà delle ville a quella delle villette
geometrizie. Non dimentichiamo che il Veneto ha dato sei milioni
di emigrati nel Novecento. Le ville sono la memoria del dominio
perduto di Venezia. I contadini dopo la guerra arrivavano a
demolirle e i piani regolatori fino agli anni ’80 non
le hanno rispettate molto. Ma qualcosa dopo i tempi magri sta
cambiando: la villa è radice e matrice di identità»
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Dopo
undici anni di restauro, riapre la Cattedrale di Noto,
capolavoro del barocco. Reportage (testo+foto) sul National
Geographic Italia del marzo 2007
Undici anni fa il crollo. Un pilastro
riempito di pietre di fiume collassò e per effetto domino
trascinò con sé altri piloni, facendo precipitare
la copertura della navata centrale e gran parte della cupola.
Era la notte del 13 marzo 1996, cinque anni dopo il terremoto
che aveva colpito la Sicilia sud-orientale. Fu un miracolo,
secondo molti, che nessuno rimase sotto le macerie alte cinque
metri. Per Agatina Trigona, Marchesa di Cannicarao, Baronessa
di Frigintini, nobildonna di Noto, «il vero miracolo il
Padreterno lo fece facendo crollare la cupola. È stata
la migliore pubblicità per Noto, prima scordata da tutti
e poi finalmente riscoperta». Dalla distruzione, la rinascita;
come dopo il terremoto del 1693 che annientò Noto antica
(la scossa, a cui gli esperti assegnano oggi un’intensità
pari all’undicesimo grado della Scala Mercalli, rase al
suolo in pratica l’intera Sicilia sud-orientale). Allora,
dalla ricostruzione, sorsero splendide città edificate
in stile barocco, di cui Noto è ritenuta la “capitale”.
Nel 2001 il cosiddetto “barocco del Val di Noto”
è stato inserito dall’Unesco nella lista del Patrimonio
mondiale dell’umanità. Questa volta il crollo della
Cattedrale ha fatto convogliare attenzione e fondi nazionali,
regionali, europei. Da una decina d’anni la cittadina
vive in una condizione di continuo restauro. Anche Palazzo Trigona,
uno dei più prestigiosi di Noto, è un cantiere.
Nel salone delle feste, al piano nobile, tra scarpe, valigie,
strumenti musicali, cravatte e vestiti da sera accatastati alla
rinfusa per ripararli dai lavori che invadono gli altri locali,
sotto la volta dai delicati affreschi settecenteschi, la baronessa
e il suo compagno raccontano di feste da ballo alle due del
pomeriggio («perché si viveva al ritmo del sole
e si andava a dormire al tramonto»), di passaggi di registi
e re: Antonioni e Zeffirelli, che a Noto girarono L’Avventura
e Storia di una Capinera, e Ferdinando di Borbone, che veniva
spesso a caccia in Sicilia, allora ricchissima di boschi, («era
un cacciatore in due sensi, pure di giovane signore»)
e si fermava nel loro palazzo ... |
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