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In
Etiopia, culla dell’umanità, con una delle più
alte percentuali di ciechi e ipovedenti al mondo, due ONG italiane
costruiscono pozzi, sostengono scuole e ambulatori. Reportage
(testo+foto) sul National Geographic
Italia del novembre 2008
Abel e Semira sono seduti al loro
banco, uno accanto all’altra. Giocano, parlano fitto.
Lei ha 6 anni, lui 8. Sieropositivi dalla nascita. Affetti da
glaucoma, non vedono più. Semira è vivacissima,
sempre in movimento, con la testa che si sposta di continuo
per seguire ogni rumore che percepisce, quasi a voler catturare
tutte le informazioni che la vista non le può più
restituire. Sorride, fa smorfie, poi si placa improvvisamente,
diventando seria. I suoi occhi sono enormi e vuoti perché,
in assenza di liquido interno (l'umore acqueo) a sufficienza,
la pressione oculare aumenta, l’occhio si dilata, la cornea
si opacizza. Le mani sono il suo terminale sensitivo, giocano
con mattoncini di plastica, imparano a leggere in braille: l’indice
della mano sinistra sposta quello della mano destra che legge.
«Il sinistro funziona come un cursore, il destro come
uno scanner», sintetizza un maestro che segue un paio
di allieve più grandi in grembiule blu. Nata venti anni
fa, tra baracche e palazzi del cuore di Addis Abeba, la scuola
integrata primaria della German Evangelical Church ospita bambini
non vedenti e ipovedenti tra bambini normodotati, che imparano
il braille, si affacciano all’uso del computer con programmi
ad hoc, giocano con gli altri nel cortile della scuola, provano
a non essere troppo diversi. Una cinquantina di bambini dai
5 ai 12 anni, provenienti da famiglie molto povere, affetti
soprattutto da glaucoma congenito e opacità corneali
da avitaminosi A. Per chi riesce a scorgere qualcosa, magari
solo ombre, forme, chiarori, ma anche per i ciechi assoluti,
meglio mischiarsi con chi vede che il ghetto isolato delle scuole
speciali. Ad Addis Abeba sono giorni di orgoglio. Le celebrazioni
del millennio - in Etiopia, che continua a seguire il calendario
giuliano, il secondo millennio si è chiuso solo l’11
settembre - sono finite. Una settimana prima del passaggio al
proprio 2001, il paese ha festeggiato solennemente il ricollocamento
dell’obelisco di Axum, la stele antica 1700 anni restituita
dall’Italia. Ma l’onda lunga delle vittorie in serie
alle Olimpiadi di Pechino continua. Nella capitale un ospedale
in costruzione è stato battezzato con il nome di Tirunesh
Dibaba, la mezzofondista che ha realizzato la doppietta su 5
e 10 mila metri; mentre una strada è stata intitolata
a Kenenisa Bekele, anch’egli capace di vincere a Pechino
5 e 10 mila metri, non lontana da quella che porta il nome del
mostro sacro dell’atletica Haile Gebresilassie, che il
28 settembre ha stabilito a Berlino il suo ennesimo record del
mondo (il 26° della sua carriera), questa volta della maratona.
Orgoglio e sofferenza. I luccichii dello sport e della gloria
passata (Etiopia culla dell’umanità, unico paese
africano mai del tutto colonizzato, dal cristianesimo fiorente
prima ancora del suo arrivo in Europa) e i punti di crisi del
presente ...
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Nella
capitale culturale degli arbëreshë,
gli italiani di lingua albanese, si celebra ogni anno un festival
musicale, "piccola Sanremo d'Arberìa", occasione
di identità. Reportage (testo+foto) sul National
Geographic Italia dell'ottobre 2007
I fiori sul palco sono di plastica,
tutto il resto è vero. Le vallette, strette nei loro
tubini, che consegnano targhe ricordo; i bravi presentatori
che annunciano canzoni e ringraziano sponsor; le nuvole di fumo
che fanno atmosfera. È passata mezzanotte nell’anfiteatro
comunale di San Demetrio Corone, di una notte d’agosto
chiara e con un bel vento che rinfresca l’aria e fischia
nei microfoni (San Demetrio è al terzo posto tra i paesi
più ventosi d’Italia). Gennaro De Cicco, professore
di francese, allenatore della squadra di calcio locale, corrispondente
di La Provincia, conduttore da sempre del Festival della canzone
arbëreshe, proclama il vincitore. Applausi, grida, un gruppo
di fan invade la scena, poi riparte la base musicale e Claudio
La Regina riprende il suo canto contro ogni violenza sui bambini.
Quest’anno, ventiseiesima edizione del festival, i chiaroscuri
della realtà sono più presenti nelle canzoni in
gara, tutte rigorosamente in arbëresh, la lingua della
diaspora albanese, o shqip, la lingua dell’Albania. Emigrazione
clandestina e guerre, venti di pace e profumi d’oriente,
la tristezza delle partenze e il desiderio del ritorno, a casa,
alla propria terra, quella d’origine o la nuova. Filone
prevalente il melodico sentimentale (sole-cuore-amore), ma c’è
spazio anche per le nuove tendenze: cori polifonici, orchestre
samba-jazz, monologhi rap ...
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La
civilità delle Ville Venete,
da Petrarca ai proprietari di oggi, ultimi castellani d'Italia.
Reportage (testo+foto con Alessandro Barteletti) sul National
Geographic Italia del giugno 2007
Per alcuni che la abitano è
un mostro, una bestia; per altri una nave, una baracca, la “cosa”.
Dotata di anima e forza propria, presenza onerosa che può
stritolare, indifferente alle vicende umane che la attraversano,
che si continua eppure ad amare, carica com’è di
storie, vissuti, bellezza. La villa veneta è forma mirabile
e presidio sul territorio, funzione (all’origine agricola)
e ricerca (estetica), fulcro di un sistema così strutturato,
e qualificante una società, da costituire nel tempo una
civiltà. Per accostarsi a questo universo, bisogna tornare
indietro. Riandare al cambiamento di orizzonte culturale che
si produce nella seconda metà del Trecento, quando Petrarca
abbandona Padova per andare a vivere tra i Colli Euganei. Fino
ad allora, per gli uomini del Medioevo - che vivevano in città
- la campagna era qualcosa di ostile da evitare, la “selva
oscura” dove Dante si perde. Petrarca, con l’occhio
lungo del poeta, rompe questo schema, si ritira in campagna,
vive nella natura e la modifica pure perché si ingegna
a fare il contadino. Con lui ha inizio il ritorno agli ideali
classici della vita agreste, prende forma l’ideologia
che serve al movimento ampio che si prepara. Con l’avanzata
ottomana e la scoperta dell’America, Venezia perde centralità:
smarrito il suo mare si volge verso terra. Si espande, espropria
e acquista terreni, li trasforma anche grazie a un intelligente
governo delle acque, impone la pax veneziana rendendo sicuri
i luoghi conquistati. Costruisce presidi, aziende, abitazioni.
Le ville sono l’emblema della riorganizzazione della potenza
veneziana, l’avamposto della trasformazione del territorio.
L’elogio petrarchesco legittima la campagna come luogo
di armonia con la natura, spazio di produzione e di rappresentanza,
più tardi anche di meditazione e di villeggiatura nella
bella stagione. A metà del Cinquecento Andrea Palladio,
scalpellino e poi architetto, diventa l’interprete massimo
di questi bisogni, dando vita con il suo genio a ville concepite
per aristocratici che devono stare in campagna per produrre
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Dopo
undici anni di restauro, riapre la Cattedrale di Noto,
capolavoro del barocco. Reportage (testo+foto) sul National
Geographic Italia del marzo 2007
Undici anni fa il crollo. Un pilastro
riempito di pietre di fiume collassò e per effetto domino
trascinò con sé altri piloni, facendo precipitare
la copertura della navata centrale e gran parte della cupola.
Era la notte del 13 marzo 1996, cinque anni dopo il terremoto
che aveva colpito la Sicilia sud-orientale. Fu un miracolo,
secondo molti, che nessuno rimase sotto le macerie alte cinque
metri. Per Agatina Trigona, Marchesa di Cannicarao, Baronessa
di Frigintini, nobildonna di Noto, «il vero miracolo il
Padreterno lo fece facendo crollare la cupola. È stata
la migliore pubblicità per Noto, prima scordata da tutti
e poi finalmente riscoperta». Dalla distruzione, la rinascita;
come dopo il terremoto del 1693 che annientò Noto antica
(la scossa, a cui gli esperti assegnano oggi un’intensità
pari all’undicesimo grado della Scala Mercalli, rase al
suolo in pratica l’intera Sicilia sud-orientale). Allora,
dalla ricostruzione, sorsero splendide città edificate
in stile barocco, di cui Noto è ritenuta la “capitale”.
Nel 2001 il cosiddetto “barocco del Val di Noto”
è stato inserito dall’Unesco nella lista del Patrimonio
mondiale dell’umanità. Questa volta il crollo della
Cattedrale ha fatto convogliare attenzione e fondi nazionali,
regionali, europei. Da una decina d’anni la cittadina
vive in una condizione di continuo restauro. Anche Palazzo Trigona,
uno dei più prestigiosi di Noto, è un cantiere.
Nel salone delle feste, al piano nobile, tra scarpe, valigie,
strumenti musicali, cravatte e vestiti da sera accatastati alla
rinfusa per ripararli dai lavori che invadono gli altri locali,
sotto la volta dai delicati affreschi settecenteschi, la baronessa
e il suo compagno raccontano di feste da ballo alle due del
pomeriggio («perché si viveva al ritmo del sole
e si andava a dormire al tramonto»), di passaggi di registi
e re: Antonioni e Zeffirelli, che a Noto girarono L’Avventura
e Storia di una Capinera, e Ferdinando di Borbone, che veniva
spesso a caccia in Sicilia, allora ricchissima di boschi, («era
un cacciatore in due sensi, pure di giovane signore»)
e si fermava nel loro palazzo ... |
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Partecipazione
alla collettiva di
17 fotoreporter
Italian Geographic - Fotografi italiani
per il National Geographic per i 10 anni dell'edizione
italiana della rivista. Prima tappa della
mostra
alla Galleria Crispi di Roma, nell'ambito di
FotoGrafia Festival Internazionale di Roma, dal 30
aprile al 10 maggio 2007; poi, itinerante in diverse regioni
d'Italia
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